Intendiamoci: non abbiamo mai avuto una caterva di giocatori così alti in classifica, mai un numero uno del mondo, mai una prospettiva su cui "campare di rendita" per almeno un lustro. L'Italia del tennis si risveglia così, con una terza stella consecutiva, la quarta in assoluto, e l'alba di un fulgido futuro. Ma, al di là del risultato sportivo (magnifico), qualche considerazione più profonda va fatta, per non scadere in trionfalismi terzomondisti. Uno: la Davis su cinque set è una cosa, la Davis come è concepita oggi (un torneino 250 o al massimo 500) è un'altra. Provate a stare cinque ore in campo all'aperto a novembre o lasciare l'estate australiana per catapultarsi subito nell'inverno europeo sempre rigorosamente outdoor e poi ne riparliamo, piuttosto che passare due orette belli al caldo di un palazzetto a fine stagione agonistica. Due: Italia e Spagna si sono presentate in finale senza i loro assi, ovvero Sinner e Musetti da una parte, Alcaraz e Fokina dall'altra, chi per stanchezza chi per noie fisiche o altro. Un po' di comprensibile snobismo verso questa competizione c'è e tutto questo "amor di patria" non è poi così marcato. Tre: oggi l'effetto Sinner e l'immagine vincente del tennis azzurro in generale ci fa essere "un po' tutti sport invernali", come diceva il compianto Galeazzi parlando di Tomba. Tifo da stadio, scorrettezze e fischi di stampo sudamericano e altre nefandezze calcistiche vengono sempre più applicate sui campi da tennis e non si confanno con lo stile in puro lino bianco, immacolato da sponsorizzazioni sulle magliette, quando contava saper giocare bene e non aver marche di frigoriferi sulla chiappa destra del pantaloncino. Quattro: si gioca sempre e ovunque, si fanno soldi in tutto il globo mentre in passato si sarebbe sacrificato il mignolo della mano sinistra (per i destri) o anche un orecchio pur di essere convocato in Davis; per il gettone di presenza e premi irrisori ci sono state rivolte di tecnici e giocatori (chiedete all'attuale presidente ATP Gaudenzi), oltre al fatto che andare in Davis significava stare sotto i riflettori di tv e carta stampata nazionale e estera, un risalto che i media e i social moderni danno in cinque secondi di cronometro, azzerando l'entusiasmo e il pathos che solo la Davis di un tempo era capace di dare. Sia chiaro, l'Italia è stata brava a vincere, Berrettini e Cobolli hanno lottato con tutte le loro forze ma le emozioni da Coppa Davis sono altra cosa. Vedi Cané a Cagliari contro Wilander (primo turno 1990) o i cinque set di Camporese contro Becker l'anno seguente, o la vittoria incredibile dello stesso bolognese contro Moya o il 6/0 6/1 dato da Pescosolido all'allora numero 1 sulla terra Bruguera in casa dello spagnolo, annichilito e senza difese di fronte al "diritto in avanzamento più potente del circuito" come lo etichettò John Mc Enroe, non uno qualsiasi, e via dicendo, per una lista lunga che a molti sfugge per seguire la moda della Carota. Partite che sì non hanno dato titoli ma indimenticabili negli occhi e nei cuori di chi ama il tennis, partite che sono valse le sei ore di diretta televisiva e l'ascesa nettissima dell'indice di consumo della poltrona più comoda di casa, con conseguenze catastrofiche sul budget familiare. Il resto, tutto il resto, è puro chiacchiericcio da bar.
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